Amici del Sermig di Mori

21 giugno 2019

SEGNI DI SPERANZA

“È tempo di fare barriera con la mia vita a questo odio, perché la pace trovi la strada e si faccia strada in questo mondo”. Brividi di emozione . È passato esattamente un mese dal Sesto Appuntamento dei Giovani della Pace, eppure riascoltando questo passaggio, dal brano “Per chi non ha voce” del Laboratorio del Suono, ci sembra di essere ancora in mezzo alla piazza di Bergamo, gremita di giovani. Eravamo almeno 20.000 quel giorno, incuranti del tempo che minacciava pioggia, provenienti da città e nazioni diverse, carichi di speranza, voglia di ascoltare, entusiasmo. Probabilmente ad ognuno di noi nelle settimane precedenti è stato chiesto, da amici e parenti, “Cosa vai a fare a Bergamo quel sabato?”. Non sempre è stato facile spiegarsi: “Non vado a fare una manifestazione, non vado a fare casino, non vado a sventolare una bandiera. Vado ad ascoltare le storie di chi sta provando a cambiare il mondo con la sua vita, vado a dare un segno di speranza, vado a incontrare giovani che come me vogliono impegnarsi per il bene”.

Nei mesi precedenti lo abbiamo spiegato anche a tanti gruppi giovani della nostra regione, alcuni dei quali erano già stati con noi a Padova, che si sono messi in gioco per riflettere sul tema dell’Appuntamento: “Basta guerre, facciamo la pace!” . Molti si sono lasciati coinvolgere e, così, dal Trentino quel sabato sono partiti tre pullman. Al mattino abbiamo partecipato ai “dialoghi in città”, incontri con testimoni che, in vari ambiti, hanno scelto la via del bene, mentre nel pomeriggio ci siamo riuniti in piazza per regalare alla città -e al mondo- un messaggio di pace e di impegno, attraverso la musica, le storie di chi ha vissuto sulla propria pelle le atrocità della guerra, le parole di giovani ed adulti pronti a mettersi in gioco. Senza puntare il dito contro nessuno se non contro se stessi: io nella mia quotidianità come faccio barriera all’odio che dilaga?

È passato un mese da quell’appuntamento. Le guerre esistono ancora e la gente muore ancora per mille atrocità. Che senso ha avuto trovarsi? I brividi di emozione prima o poi passano. Una ragazza che ha partecipato alla giornata, però, ci ha scritto questo: “ Mi è rimasto impresso il racconto di Franco Leoni, l’anziano sopravvissuto alla strage di Marzabotto, che ha perso tutto ciò che aveva ma che nonostante questo è riuscito a perdonare. Mi ha fatto pensare che a volte l’unica soluzione è lasciar andare il passato, per vivere un presente che un giorno vorrai ricordare senza malinconia o rammarico. È questo quello che voglio: poter raccontare un giorno di una vita vissuta a pieno, voglio rischiare, voglio crearmi una vita che abbia senso” . Pensiamo che queste non siano emozioni che prima o poi passano. Sono semi, che sabato 11 maggio ognuno di noi ha piantato dentro di sé, impegnandosi in cuor suo a diventare terreno fertile in grado di farli crescere. Sono sogni, motore delle piccole e grandi cose belle della vita. Sono speranze, che nascono dal confronto con gli altri e che, se lo vogliamo, diventano contagiose.

E così l’Appuntamento dei giovani della pace continua nella vita di ognuno, nelle “piazze” che quotidianamente frequentiamo: università, oratorio, famiglia, lavoro e tutti i contesti in cui, spesso senza tante parole, diventiamo segni di speranza. L’Appuntamento dei giovani della pace continua a rivivere in noi quando pensiamo a ciò che di straordinario abbiamo vissuto quel giorno, a partire dal nubifragio che ci ha risparmiati per tutto il pomeriggio e che si è abbattuto sulla piazza esattamente un paio di minuti dopo i saluti finali, dono dal cielo che ci ha regalato stupore e gratitudine. L’Appuntamento dei giovani della pace continua nel nostro gruppo, a Mori, tutte le volte in cui ci incontriamo per crescere insieme, in cui ci sforziamo di accoglierci anche con i nostri limiti, in cui cerchiamo nuove strade per fare bene il bene nella nostra cittadina. Perché la pace trovi la strada e si faccia strada in questo mondo.

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